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Fare
Festival
6a edizione settembre 2005
Sin
dalla prima edizione, nel 2000, il Festival pavese scioglieva lacronimo
del titolo FARE in Finestre aperte sulla realtà
in evoluzione. Significava, quel sottotitolo, una ricerca intorno
ai modi in cui forme di espressione musicale trasformano e restituiscono
esperienze sociali e culturali che ne sono state il terreno di coltura:
la musica come interpretazione, comunicazione e condivisione di esperienze.
Di
anno in anno, proposte musicali di grande qualità e insieme di
grande richiamo hanno restituito nel proprio linguaggio luoghi e ambienti
in cui si sono formate tradizioni che alimentano tuttora il divenire dei
generi musicali: il Buena Vista Social Club e la musica del Sudamerica
nel 2001; la musica del Mediterraneo nel 2002; la musica e il cinema palestinesi
nel 2003; interpreti di Cuba, Brasile, Israele nel 2004.
I
cittadini di Pavia si sono negli anni molto affezionati a questo appuntamento,
che ha sempre richiamato un pubblico di appassionati anche da fuori.
Anche questanno è stata fatta una scelta di qualità.
Ascolteremo artisti impegnati ad esplorare le origini, la persistenza
e la reinvenzione possibile di un linguaggio musicale che è nato
in schiavitù, e che ha finito per rappresentare un grido di libertà.
Tolo Marton, Nine Below Zero, John Renbourn, Mick
Abrahams, Eugenio Finardi ci offriranno percorsi che faranno
incontrare la tradizione delle radici (roots), e la formazione possibile
di unanima blues contemporanea, tra ricerca dellautenticità
e contaminazione di linguaggi.
Non
solo: il Festival offre anche un percorso di comprensione del valore culturale
della musica attraverso le presentazioni di Enzo Gentile sia degli
artisti, sia di filmati rari sui grandi Jimi Hendrix e Tom Waits.
Lamministrazione
comunale e gli organizzatori sono convinti che questo sia il modo pavese
di interpretare lormai abusata formula del Festival: Fare
festival significa costruire un percorso che faccia ascoltare,
partecipare a esperienze espressive e insieme pensare e comprendere le
origini e levoluzione contemporanea di un genere e di un linguaggio.
Silvana
Borutti
CALENDARIO
presentazione
di Enzo Gentile
Fare
Festival
edizione 2005
IDEAZIONE e PROGRAMMAZIONE
Comune di Pavia, Settore Cultura
Silvana Borutti, assessore - Susanna Zatti, dirigente
Anna Maria Ficara, Bruno Cerutti, Rosanna Sciortino, Paul Ngoi, Anna Beretta,
Maria Grazia Cursale, Roberto Valsecchi
In
collaborazione con:
Sociatà dell'accademia
Faber
COMUNICAZIONE:
Stefano Francesca
TECNOLOGIE
E IMPIANTI: Settenoteservice, Perna Impianti
CONSULENTE
PER LA SICUREZZA: Riccardo Savarino
MONTAGGI:
Unione per il Lavoro: Roberto Melis, Giuseppe Grasso, Nicola Caccialanza
IDEAZIONE
LOGOTIPO: Marco Bartolozzi (GAI - Giovani Srtisti Italiani)
WEB
SITE: Mariano Nocito
Le
note di questa presentazione e la consulenza artistica di Fare Festival
sono di Enzo Gentile
Si
ringraziano Francesco Bagalà e Marco Soverini per la concessione
dei filmati su Tom Waits e Jimi Hendrix
Presentazione
di Enzo
Gentile
Un
settembre colorato di blues si preannuncia per i frequentatori di una
rassegna che in questi anni si è affermata per l'originalità
e il gradimento delle proposte. L'edizione 2005 si indirizza verso un
genere e un linguaggio che hanno una lunghissima storia dietro di sé
e un potenziale comunicativo tuttora intatto, anche grazie all'influenza
esercitata nei confronti di diverse generazioni del pop e del rock. Il
blues che vogliamo proporre al pubblico degli appassionati di Pavia, ma
non solo, si colora delle varie sfumature che la cosiddetta 'musica del
diavolo' ha assunto nel corso del secolo passato. Blues è un codice
preciso, un marchio di riconoscimento, ma è stato declinato in
formule sempre differenti, plasmato dai suoi interpreti ed esecutori,
che all'inizio del Novecento trasmettevano ancora per via orale le loro
canzoni, per un 'contagio' trasversale unico nella storia della musica.
Questa
propagazione ha contribuito a mantenere l'attualità del blues,
arricchito proprio dalle esperienze dei suoi maggiori testimoni e dei
relativi discepoli, che qui a Pavia verranno proposti in concerto, ma
parallelamente anche attraverso la proiezione di filmati rari e inediti
e la presentazione di libri che si richiamano al gran flusso emotivo,
energetico, elettrico di quel suono immortale.
Tra
gli ospiti oltre a un cantautore italiano, Eugenio Finardi, che
di recente si è tuffato anima e corpo, in un progetto blues e che
nel concerto aiuterà anche a ricordare i settant'anni dell'organo
Hammond, troviamo un cantastorie acustico di rara e virtuosa eleganza
come John Renbourn, un caposcuola del circuito cresciuto alla fine
degli anni Sessanta, Mick Abrahams, e una formazione che soprattutto
dal vivo rivela la sua anima calda e spumeggiante, i Nine Below Zero:
una scaletta che verrà inaugurata dal trio di Tolo Marton, chitarrista
italiano di statura internazionale.
A
bilanciare il loro segno dal palcoscenico, ecco sullo schermo, pronte
a scorrere, le immagini di tre formidabili protagonisti degli ultimi quarant'anni
di musica, chi più, chi meno, abbondantemente intrisi di vecchio,
buon blues: Jimi Hendrix e Tom Waits.
Tutto
nel segno del rispetto delle origini, ma in quella chiave di continuità
e attualità che è parte integrante del Dna del popolo del
blues: nello spirito di Robert Johnson, Blind Lemon Jefferson e tutti
gli altri, via via, fino a Muddy Waters, John Lee Hooker, Stevie Ray Vaughan,
che da lassù osserveranno compiaciuti
Enzo Gentile
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Fare Festival
VENERDI
2 SETTEMBRE
Piazza
della Vittoria, ore 21,15
Tolo Marton
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Uno
dei tasselli fondamentali del rock-blues italiano, tra i rari nostri
musicisti del settore a poter rivendicare frequentazioni ed esibizioni
'live' anche al di là dell'oceano. Arriva dal Veneto Tolo
Marton, chitarrista che inizia a suonare semi-professionalmente
già all'inizio degli anni Settanta, tra i pionieri del blues
nostrano.
Con uno stile che spazia tra talento e passione, e sa essere personale
anche nella rilettura dei classici (su tutti la versione di "All
long the watchtower" di Bob Dylan, resa celebre da Jimi Hendrix,
inserita in un'antologia con grandi nomi internazionali), Tolo Marton
ha registrato a tutt'oggi otto album solisti, dal debutto del 1981
"The blues won't go away", al doppio 'live' del 2003,
"Dal vero". Ma oltre alla produzione propria, sono molte
altre le esperienze messe a segno, dalla collaborazione con le Orme
(registrerà con loro "Smogmagica", nel 1975) a
quella con Aldo Tagliapietra ("Nella notte", 1984), allo
spettacolo teatrale "Carta bianca", che lo vede al fianco
dell'attore Marco Paolini e
del violoncellista Mario Brunello.
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Bravo
nello svariare tra rock e blues, con una verve che si sprigiona
dal vivo in lunghi e apprezzati assoli, Marton deve in gran parte
la sua fama conquistata all'estero, grazie all'affermazione riportata
a Seattle, nel 1998, al Jimi Hendrix Electric Guitrar Festival,
come miglior interprete in quel concorso di materiali hendrixiani:
la manifestazione aveva tutti i crismi dell'ufficialità,
organizzata dalla Fender e da altri sponsor, con il patrocinio della
famiglia e il premio Voodoo Chile Award consegnato a Tolo direttamente
dal padre di Jimi, Al Hendrix.
A testimonianza della sua duttilità,nelle influenze principali,
Marton segnala anche B.B. King, Charlie Christian, Carlos santana,
J.J. Cale tra i chitarristi, e più in generale Paul Simon,
i Doors, Miles Davis, i Cream, Ennio Morricone: un puzzle di cui
si rintracciano segnali e aromi anche nelle ribollenti esibizioni
che negli ultimi vent'anni sono state ospitate da tutti i principali
festival italiani.
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LUNEDI
5 SETTEMBRE
Bar
Demetrio, ore 18,30
Presentazione del libro
"Le
canzoni di Tom Waits"
di Eleonora Bagarotti (editori
Riunuti)
Santa
Maria Gualtieri, ore 21,15
Film
su TOM
WAITS

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MARTEDI
6 SETTEMBRE
Bar
Broletto, ore 18,30
Presentazione del libro
"100
dischi ideali per capire il blues"
di Roberto Caselli
Piazza
della Vittoria, ore 21,15
Nine
Below Zero
Rispetto
ai padri, a coloro che hanno lanciato e governato l'onda iniziale, i Nine
Below Zero possono considerarsi nipotini ideali, musicisti che hanno raccolto
un'eredità preziosa, per trasformarla in una spumeggiante realtà.
Il marchio arriva sulle scene nel 1977- siamo nella zona sud di Londra-
e il collettivo sembrerebbe in ritardo sull'esplosione del blues britannico,
ma a inventarsi i Nine Below Zero, con il nome ripreso da una canzone
del leggendario bluesman americano Sonny Boy Williamson, sono due ragazzi
con il pedigree giusto, dal percorso parallelo e facilmente associabile
a quello di gruppi e solisti più noti. Ad oggi, resistono due di
loro: Dennis Greaves, voce-chitarra, e Mark Feltham, voce-armonica, che
aveva abbandonato il gruppo per motivi di salute, e nel 2001 è
tornato in sella, per ribadire quel piglio e quel repertorio inconfondibili.
Subito nelle retrovie troviamo una sezione ritmica di veterani che garantiscono
una spinta e uno stantuffo inesauribili: anche in questo caso si tratta
di vecchie conoscenze, Gerry McAvoy, bassista, e Brendan O' Neill, batterista,
che nel loro curriculum vantano una lunga militanza al fianco di un certo
Rory Gallagher, nei Taste e nella carriera solista.
Con queste premesse è semplice capire come lo show dei Nine
Below Zero sia una galleria scintillante di hit e di citazioni dalla
storia, per un intreccio abile e gradevole tra proprie composizioni e
classici senza tempo. Comunicativi, impetuosi, carichi di un'energia invidiabile,
abili nell'alternare nel corso della carriera anche qualche parentesi
'unplugged', i NBZ festeggiano oggi un quarto di secolo di attività
discografica: hanno collezionato una serie robusta di album, a partire
dal debutto "Live at the Marquee", registrato nel celebre club
londinese, seguito poi nel 1981 dal primo lp di studio, "Don't point
your finger", passato
alla storia se non altro per la splendida copertina, cui si sono aggiunti
via via numerosi episodi, fino al recente dvd "On the road again",
contenente una performance che sprigiona il solito impagabile, febbrile
divertimento.
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MERCOLEDI
7 SETTEMBRE
Piazza
della Vittoria, ore 21,15
John
Renbourn
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C'è
un pezzo rilevante della musica inglese acustica e di qualità
degli ultimi quarant'anni attraversata dalla storia di questo cantante-chitarrista
londinese, classe 1944. John Renbourn è un
artista completo, con una produzione che ha coperto diversi ambiti,
un perfetto esempio di come certi linguaggi presenti nel Dna del
suono d'Oltremanica siano frutto di un'osmosi, di una mediazione
virtuosa, che negli anni Sessanta rifiutava le barriere rigide tra
i generi, per privilegiare un armonioso fluire di canzoni, dischi,
performance: nella formazione di John, e dunque nelle prove che
lo hanno rivelato fin da giovanissima età, ritroviamo la
musica medioevale, avvicinata già nel periodo della scuola,
e poi il Rinascimento, le radici folk e popolari dell'area britannica,
ma anche l'Oriente. Il tutto coniugato al primo amore, quello che
non si scorda mai, il blues. Renbourn cresce e alimenta i suoi gusti
all'ombra dei 33 giri in arrivo dall'America, con i bluesman più
classici, Josh White, Leadbelly, Big Bill Bronzy: il sodalizio con
Bert Jansch, che poi sarà con lui alla fondazione dei Pentangle,
costituisce un passaggio decisivo, proprio per l'amore comune e
per i materiali blues che i due eseguono nel leggendario album in
comune, "Bert & John" (1966).
Renbourn, una volta sciolti anzitempo i Pentangle, approfondirà
le frequentazioni blues, sia nelle esibizioni soliste, sia nel connubio
stretto con il chitarrista Usa Stefan Grossman.
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GIOVEDI
8 SETTEMBRE
Santa
Maria Gualtieri, ore 21,15
Film
su JIMI HENDRIX

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Venerdi
9 SETTEMBRE
Bar
Broletto, ore 19
Enzo Gentile incontra Eugenio Finardi
Piazza
della Vittoria, ore 21,15
Eugenio
Finardi
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Tutti
lo conoscono per aver cantato il pop e il rock italiano fin dalla
metà degli anni Settanta: è quello della "Musica
ribelle", Eugenio Finardi, ma non solo. Nel suo catalogo tanti
dischi diversi, esperienze multicolori, successi anche a livello
commerciale che hanno contrappuntato la colonna sonora 'made in
Italy": nelle ultime stagioni l'artista, milanese di nascita
con radici americane per parte di madre, ha voluto guardarsi intorno,
stanco di una certa routine di buon taglio, ma fine a se stessa.
Ha approcciato un repertorio denso di spiritualità, che lo
ha condotto nelle chiese, e da quelle tracce che comprendevano anche
lo studio e il recupero dei gospel, il passo verso il blues è
stato breve. Finardi, classe 1952, ha così potuto sposare
la musica amata e respirata da una vita, dedicando a quella antica
passione un intero album: un pugno di canzoni concentrate sulla
Grande Madre blues, cercate, volute, scritte e realizzate insieme
a un gruppo di amici con cui portare alla luce quello che poi è
diventato il titolo del lavoro, un'anima blues.
Rispetto alla scaletta dei concerti, nel disco ci sono praticamente
tutte composizioni originali, mentre poi dal palcoscenico entrano
in gioco la memoria e tanti brani, standard blues, su cui, storicamente,
gran parte dei musicisti moderni si sono fatti le ossa.
Ma il tentativo di Finardi risulta ancora più interessante
e forte, intenso, perché con la band ha optato per un'indagine
riguardante anche il suono, la sintassi del blues, andando a recuperare
strumenti vintage e applicando alle realizzazione di "Anima
blues" una filosofia di fondo che, tenendo conto del patrimonio
delle origini e dei leggendari testimoni del secolo scorso, provasse
però a rivendicare anche un'appartenenza, una tensione vicina
ai nostri tempi.
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Così
Finardi, nella cui biografia bisogna anche sottolineare una incursione
nel fado, un bel tuffo insieme a Marco Poeta, Francesco Di Giacomo e altri,
dopo trent'anni di musica come professionista, ha potuto tagliare il traguardo
artistico più agognato: un motivo in più per salutare con
affetto "Anima blues".
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SABATO
10 SETTEMBRE
Piazza
della Vittoria, ore 21,15
Mick
Abrahams Trio
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Il
British blues dal profilo più netto e preciso, rimanda con
le sue radici agli anni Sessanta, quando un'intera generazione di
musicisti giovani e ruggenti inizia a rodarsi sul palco e in sala
di registrazione, giostrando con un suono elettrico, in cui le contaminazioni
a catena segnalavano la grande vitalità di un settore in
rapida e decisiva evoluzione. Nel ruolo di chioccia si alternarono
personaggi come Alexis Korner, Graham Bond, John Mayall, tutti artisti
con una carriera autonoma importante, ma ricordati anche per le
qualità che consentirono loro di coltivare alcuni dei più
bei nomi del pop e del rock a venire. Molti i chitarristi che si
affacciavano sulle scene soprattutto londinesi: tra di loro, uno
dei più vivaci e promettenti era Mick Abrahams, cresciuto
tra le fila di molte band di rhythm and blues, per poi approdare
alla fine del 1967 alla formazione dei Jethro Tull, che fonderà
insieme a Ian Anderson. Ha una spiccata personalità, Mick,
e se subito appare chiara la leadership di Ian, cantante, flautista,
autore di gran parte dei brani, bisogna riconoscere che Abrahams
nel vibrante album d'esordio dei Jethro Tull, "This was",
1968, riveste un ruolo decisivo. E' la sua chitarra a tingere di
blues un disco salutato come una rivelazione assoluta per quei tempi:
ma gli attriti sono insanabili e Mick prenderà il largo per
costituire i Blodwyn Pig, che miscelano il blues a sonorità
jazz e
progressive di ottimo impatto.
Ma anche in questo caso l'avventura di Abrahams non avrà
lunga vita e anzi per qualche tempo Mick praticamente abbandonerà
la
musica, con sporadici, periodici ritorni di fiamma, che prendono
corpo e una più solida configurazione dai primi anni Novanta,
quando annotiamo anche un riavvicinamento con Anderson, nell'album
"One", 1996: nel frattempo la sua discografia si è
infittita e nelle ultime stagioni non sono mancate pubblicazioni
di lavori sia in studio che dal vivo.
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Sempre
il blues nel cuore di Abrahams, ma con importanti memorie dei Jethro Tull,
ancora nella sua carriera recente, al punto da reclutare per il tour dell'estate
2005 Clive Bunker, batterista a lungo rimasto alla corte del padre-padrone
Ian nei primi anni gloriosi della band: un connubio interessante, a distanza
di tanto tempo, che non mancherà di stuzzicare i fan, nostalgici
o meno.
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Per
informazioni:
www.suoni.org
Tutte
le manifestazioni sono a ingresso libero
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