Il despota della Certosa
L'unità d'Italia non apporta i benefici sperati al monastero: come conseguenza della legge
n. 3036 del 7 luglio 1866, i padri certosini abbandonano il monastero nel settembre del 1880;
lo Stato, pertanto, provvede a requisire i beni delle congregazioni e degli ordini religiosi.
Varata nel tentativo di sanare il deficit pubblico, la legge toglie ogni riconoscimento giuridico
alle realtà clericali su richiamate e assegna i loro beni al demanio. I fabbricati dei conventi
e dei monasteri soppressi sono assegnati alle pubbliche amministrazioni per farne scuole,
asili, ospedali. La Certosa non è affidata ad alcun ente locale poiché si trova tra i cinque
monasteri (Montecassino, Cava dei Tirreni, San Martino della Scala, Monreale, Certosa di
Pavia) dei quali il governo si assume la conservazione degli edifici e di quanto in essi
custodito (biblioteche, archivi, oggetti d'arte). Dato che le finanze statali non consentono
nuove spese per istituire un corpo di dipendenti a cui affidare la custodia del monumento,
si ritiene opportuno lasciare alcuni monaci, purché il padre generale ne nomini uno disposto
ad assumersi la pubblica responsabilità di conservatore e di funzionario di governo. L'Ordine
certosino, in ottemperanza alla citata legge, accetta le condizioni e indica Romualdo Ferrari
come il più adatto a ricoprire un incarico del genere. Per facilitarlo nel suo compito, dal quale
dipende la permanenza al monastero dei figli di San Bruno, la casa madre lo nomina anche
rettore, carica che gli consente di occuparsi degli affari materiali della Certosa e di uscire da
essa ogni qual volta le sue responsabilità lo rendano necessario. Tutto prosegue bene fino al
1875: da quell'anno in poi il Ferrari risulta sempre più indisciplinato; i frequenti viaggi a Milano
e le numerose uscite dal monastero lo rendono insofferente alla Regola. Viene più volte
richiamato dal priore don Ciano, ma inutilmente: il suo comportamento diventa sempre più
ostile. Approfittando del pessimo stato di salute del superiore del monastero, sia del fatto che
i confratelli sopportano la sua condotta per timore che uno scandalo li faccia allontanare dal
monumento pavese, il Ferrari diviene in pratica il despota della Certosa. Il 26 aprile 1880
don Ciano muore e il padre generale nomina suo successore don Giuseppe Rivara; convinto di
aver diritto all'incarico, padre Romualdo rifiuta di accettare il nuovo priore. Con decreto del suo
superiore generale gli viene ordinato di deporre l'abito talare e di lasciare l'abbazia: Romualdo
Ferrari non è più un religioso. Gravissime sono le conseguenze di questo fatto che sembrava essere
solo una discussione in materia disciplinare tra rettore o priore e procuratore dell'Ordine certosino.
Il despota della Certosa ricorre al potere civile affinché lo sostenga, quale pubblico ufficiale, nella
sua controversia contro i monaci di San Bruno e, valendosi dell'appoggio del governo che gli ha
affidato la custodia del monumento, telegrafa al prefetto di Pavia chiedendo di far allontanare i
suoi confratelli e di rimanere unico conservatore degli edifici sacri. Incredibilmente la sua richiesta
viene accettata e, dopo 37 anni dal loro ritorno, i Certosini sono costretti a ripartire. Quel giorno
segna la decadenza della Certosa: senza lo spirito dei religiosi, quel complesso monumentale, in
mano ai laici, rimane un corpo senz'anima. i figli di San Bruno abbandonano tristemente il monastero
il 13 settembre 1880: il Ferrari rimane padrone incontrastato della Certosa. Il Ferrari viene scomunicato
'ex iure' per essere ricorso all'autorità civile allo scopo di evitare la giurisdizione ecclesiastica e,
successivamente, nella forma più generale "latae sententiae". Il ribelle depone la veste talare e si
occupa del podere della Certosa come un qualsiasi fittabile; nella sua casa vengono spesso date feste:
in tutti i modi l'ex Certosino cerca di rifarsi una vita, ma gli è quasi impossibile. Odio e disprezzo lo
circondano e, nonostante i suoi patetici tentativi di scordare e far scordare il suo passato, un'atmosfera
per niente cordiale lo segue ovunque. Non dev'essere una vita facile quella dello scomunicato in un
paese di contadini che l'hanno, se non altro, rispettato nella sua tonaca di religioso. Attorno a lui il
vuoto va facendosi sempre più grande: i braccianti agricoli eseguono i suoi ordini senza fiatare ed
evitano di parlargli; la gente lo sfugge: Romualdo Ferrari resta sempre più solo. Dopo sei anni di
questa vita non regge più: chiede a Monsignor Agostino Riboldi, intervenuto per primo contro di lui,
di aiutarlo a riabilitarsi; è sottoposto ad un anno di esercizi spirituali presso i padri di Somasca (CO)
e il 3 marzo 1887 viene pubblicamente riabilitato. Domanda allora di poter ritornare nell'Ordine
certosino: riceve una lettera di perdono e di felicitazioni per la sua decisione; gli viene assicurato
che in futuro potrà contare sui monaci di San Bruno in caso di bisogno, ma che del suo rientro
nell'Ordine per il momento non è il caso di parlare. Romualdo Ferrari, che con il suo comportamento
ha aperto uno dei casi più clamorosi nella storia ecclesiastica del secolo XIX, decide così di lasciare
la Certosa e di ritirarsi nella nativa Porto San Maurizio, dove morirà santamente, quasi cieco, nel
1921, a novant'anni di età.
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