Comune di Pavia
Musei Civici del Castello Visconteo

Pittori del Naturalismo lombardo
nella collezione Renzo Weiss

 

 

PAVIA CASTELLO VISCONTEO
5 GIUGNO - 4 LUGLIO 2004

Figlio di un patriota trentino che aveva sposato gli ideali dell'irredentismo italiano e che perciò, costretto all'esilio, si era trasferito a Gorla, presso Milano, impiantandovi un laboratorio di coloranti tessili, Renzo Weiss (Trento 1856) aveva speso l'alacre attività di una vita intera tra imprenditoria industriale - suo fu il primo stabilimento in Lombardia che stampava a colori su tessuto -, la passione per l'arte e la pratica sportiva della scherma.
La condivisione degli ideali patriottici e l'attrazione per un tipo di pittura ispirata al vero e fondata essenzialmente su valori cromatici e luminosi avevano favorito la sua assidua frequentazione, sin dagli inizi degli anni Ottanta, e i suoi legami con la cerchia di artisti garibaldini raccolti dapprima intorno allo studio monzese del decano Mosè Bianchi (e del nipote Pompeo Mariani), poi nei ritrovi mondani di Milano, dal Caffè dell'Orologio - per un quarto di secolo abituale roccaforte di Filippo Carcano - al Caffè Cova, nei cui saloni venivano allestite mostre d'arte di Emilio Gola, Luigi Rossi, Eugenio Gignous, Leonardo Bazzaro e altri; e ancora nei circoli artistici ufficiali, quali la Famiglia Artistica, la Società patriottica, la Promotrice.
Ma per Weiss e il suo gruppo di amici artisti, innamorati del paesaggio e impegnati anche in lunghe peregrinazioni a piedi lungo i laghi prealpini e nelle vallate, luoghi di incontro, di esperienze comuni, di confronto formale erano anche le ville di Mosè Bianchi a Gignese, di Gignous a Stresa, di Bazzaro all'Alpino: là riuniti, ciascuno con un proprio linguaggio e una propria cifra distintiva essi offrivano una visione della realtà naturale, non legata a schemi descrittivi ma liberamente interpretata alla luce della sensazione e del sentimento, per lo più caratterizzata da ampi e profondi punti di vista e tradotta in accordi cromatici schiariti.
Erano quelli gli anni - nell'ultimo quarto di secolo - in cui era giunto a piena maturazione il processo di rinnovamento della pittura di paesaggio che, in Lombardia, affondava le sue radici nella tradizione cinquecentesca rivista attraverso le dense atmosfere di Piccio e le libere intonazioni scapigliate e si caratterizzava per l'uso di una pennellata ricca di impasti e di sfumature e per una grande spigliatezza compositiva.
L'invito già del docente della scuola di paesaggio a Brera, Luigi Riccardi, ad esplorare la natura "en plein air" e a cogliere più che la geografia di luoghi, il mutare dei colori e delle luci nei diversi momenti del giorno e della stagione; il richiamo della pittura d'oltralpe che meditava sull'esperienza impressionista e la concomitanza con le ricerche della scuola piemontese e di Fontanesi in particolare, si traducono in dipinti nei quali l'immagine è spesso suggerita anzichè precisamente descritta ed evoca atteggiamenti sentimentali e psicologici: sulla scia del riconosciuto (dopo la consacrazione a Venezia nel 1887) maestro Filippo Carcano, eccellente sperimentatore dell'uso della luce e del colore anche grazie a singolari strumenti tecnici (lunghi pennelli, spatole seghettate), molti giovani artisti si erano dedicati quasi esclusivamente al paesaggio, presentando, a partire dalla fine degli anni Settanta, le loro opere ai concorsi annuali di Brera e alle diverse mostre promosse dalle Società artistiche. All'esposizione di Milano dell'81 era presente un folto gruppo di opere di tema verbanese di Carcano, Bazzaro, Mosè Bianchi, Eugenio Gignous quest'ultimo - che col più anziano Tranquillo Cremona aveva collaborato nell'eseguire paesaggi di sfondo alle di lui figure - aveva esordito a Brera qualche anno prima con vedute del Lago Maggiore e con paesaggi di Gignese e del Mottarone.
Pompeo Mariani (Monza 1857), nipote di Mosè Bianchi e suo assiduo ospite sul Lago Maggiore, aveva sperimentato un repertorio (molto apprezzato dalla committenza e dal mercato lombardo) di paesaggi e marine (dimorò a lungo sulla riviera ligure) e dedicato una serie di vedute - efficacissime per il pennelleggiare spedito, gustoso, a piccoli tocchi di luce - al parco del Ticino e alle zone palustri della Zelata.

Luigi Rossi (nativo di Cassarate, presso Lugano, nel 1853), condiscepolo di Bazzaro e Cesare Tallone all'Accademia di Brera, negli anni del soggiorno milanese aveva raccolto attorno a sè un nutrito gruppo di intellettuali, da Boito a Giacomo Puccini - per il quale aveva disegnato i figurini di Manon Lescant - al poeta Gian Pietro Lucini, le cui tesi simboliste aveva tradotto in elegante grafica; pittore impegnato in tematiche sociali, specie legate alle condizioni dell'infanzia, aveva offerto un apporto significativo al tema del paesaggio, espresso sia in vedute dei laghi sia in scene di vita contadina e visioni dei monti di chiaro intento simbolico (ma tradotto in un linguaggio lontano da sperimentazioni divisioniste, che più volte aveva mostrato di non apprezzare).
Amico di Luigi Rossi, sostenitore attivo dell'ideologia socialista, impegnato in soggetti di forte carica populista, frequentatore anch'egli del lago di Pusiano in Brianza, era anche Emilio Longoni (Milano 1859) che, pur avendo usato l'idioma divisionista in grandi composizioni paesaggistiche dai primi anni '90, non aveva rinunciato a continuare la ricerca sull'ambiente naturale lombardo condotta con tecnica pittorica più tradizionale, per concludere la sua attività con grandi vedute montane di ghiacciai e cime alpine, di chiara ispirazione idealista.
Di tutti questi artisti - e di alcuni altri meno noti quali Francesco Filippini (Brescia 1853), segnalatosi con due belle marine al Concorso Fumagalli del 1882, Giorgio Belloni (Codogno 1861), e Antonio Piatti (Viggiù 1875) - Renzo Weiss fu cordiale amico, e in qualche caso mecenate, e la collezione di dipinti da lui raccolta ne è testimonianza tangibile: di qui la ragione della mostra, che intende presentare un piccolo spaccato della vita artistica milanese nei decenni a cavallo tra XIX e XX secolo, attraverso la selezione di una cinquantina di dipinti - per lo più paesaggi e qualche ritratto - dello stesso Weiss e dei colleghi che frequentavano la sua casa: opere che, data la destinazione personale e il carattere di dono, non sono da allora mai più state esposte al pubblico sino a quest'occasione pavese.
Luigi Rossi, che dedica più di un'opera "al mio amico della prima giovinezza" e che dona alla "gentile figlioccia" Maria Weiss il ritratto di sua figlia Maria Rossi, era compagno di Weiss per le battute di caccia nelle zone di laghi prealpini: a loro due si univa Giacomo Puccini, appassionato cacciatore, che a Weiss aveva presentato la soprano Imogene Forti e che ne aveva frequentato assiduamente la casa comune, dopo che i due erano felicemente convolati a nozze.
Emilio Gola (Milano 1851), altro protagonista della pittura lombarda tra 800 e 900, fine conoscitore dell'arte europea grazie ai frequenti viaggi, originale propositore di un modello di pittura equidistante tanto dalla Scapigliatura quanto dal Verismo e dal Divisionismo, nell'ultimo decennio del secolo aveva dedicato a Weiss un superbo ritratto - spontaneo ed accattivante nella posa, giocato su tonalità dense e ambrate, perfetto equilibrio tra la plastica vigorosa di Tallone e le suggestioni scapigliate di Ranzoni - che, dopo la pubblicazione nel 1904 su "Emporium", non era più stato conosciuto dal pubblico.
Filippo Carcano è presente nella collezione Weiss con un unico dipinto di grande suggestione: "I credenti", Mosè Bianchi con il bozzetto "Pecore" dedicato, nel giugno 1898, "in segno d'affetto e d'amicizia"; di Pompeo Mariani è un nucleo di piccole vedute di barche sul mare e della campagna ("Colpo di spingarda" è dedicato dalla Zelata, nel 1894); di Eugenio Gignous è "Nell'aia", di Antonio Piatti "Avenue des Halles" ("all'amico e collega Renzo Weiss con affetto 22 VII 09").
Pezzi d'eccezione, anche nel "corpus" della produzione dei rispettivi autori, sono una veduta milanese dell' "Acquabella" (piazzale Susa a fine Ottocento), che Emilio Longoni dipinge con linguaggio formale piuttosto tradizionale, privo di accenti divisionisti non apprezzati dall'amico destinatario, e la tela nota come "Malaria", databile al 1891, probabilmente da identificare con il dipinto "Rive del Po" presentato da Leonardo Bazzaro in quell'anno alla Promotrice di Torino, evocativo di atmosfere sottilmente inquiete e torbide, ma non tale da dispiacere al gusto di Weiss, poco incline a soluzioni simboliche ed orientato verso un sano naturalismo.
Nel 1910 Renzo Weiss aveva contribuito in modo sostanziale - insieme con gli amici di sempre e colleghi più giovani - a dar vita all'Associzione degli Acquerellisti lombardi, costituitasi presso lo studio di Paolo Sala in Corso Venezia. Appassionato propugnatore di quella tecnica, negletta in Italia e di cui lui invece apprezzava assai le possibilità d'espressione cromatica, Weiss si dedicava da diversi anni da dilettante all'acquerello: solo nel 1906, in occasione dell'Esposizione per l'inaugurazione del Valico del Sempione, aveva presentato al pubblico dieci suoi lavori e da allora aveva partecipato a mostre di rilievo a Roma e alle Biennali veneziane.
Presidente dell'Associazione era il noto Paolo Sala (Milano 1859), che si era conquistato ampi consensi anche a Londra e a Parigi con i suoi acquerelli dallo stile evanescente e vaporoso; vicepresidente era Carcano e Weiss segretario; la I esposizione era stata organizzata alla Società Permanente di Belle Arti nel 1911 - erano tutti presenti, da Bazzaro a Pompeo Mariani, Luigi Rossi, Emilio Gola, Vittore Grubicy, Emilio Borsa, il giovane Alessandro Gallotti - e ad essa erano seguite, grazie all'impegno di Weiss, mostre di respiro anche internazionale come quella milanese del 1923. Tra gli acquerellisti nella cerchia di casa Weiss erano Riccardo Galli (Milano 1869), che nel 1915 e poi ancora nel '27 dedica dipinti all'amico "per la ritrovata salute", Camillo Rapetti (Milano 1859), nominato socio onorario della "Societè Belge des Acqarellistes" per la sua copiosa e qualificata produzione (dedica una veduta della "Piazza delle Erbe di Verona" datata al 1898); e poi Alessandro Gallotti, più giovane di quasi una generazione, ma scelto quale l'interlocutore prediletto di riflessioni d'arte per un quarto di secolo.
Pavese di nascita (1879) e di prima formazione - presso la Civica Scuola di Pittura diretta dal bertiniano Pietro Michis, dal momento che Leonardo Bazzaro era stato escluso dalla nomina a direttore perchè "troppo moderno" - Gallotti era comunque divenuto a Milano l'allievo più caro per Bazzaro e suo compagno di esperienze nelle peregrinazioni lungo i canali di Chioggia e sulle montagne lombarde: dal maestro aveva imparato a tradurre sulla tela le trasparenze cristalline delle cime innevate e le glauche trasparenze delle acque lagunari.
Anch'egli animato da ideali patriottici (partirà volontario per la I guerra mondiale) e legato ai circoli della Famiglia Artistica, dei Pittori Combattenti, della Società Acquerellisti, Gallotti amava ritrarre, in rapidi schizzi a matita, i suoi più attempati amici pittori nel corso delle riunioni al Caffè dell'Orologio o nelle case di Mosè Bianchi e di Renzo Weiss. La sua specialità erano, comunque, i grandi quadri di paesaggio, ampie vedute di montagne, marine della Laguna venata e fitte rappresentazioni di sottoboschi, pieni di materia, di colore, di brulicanti scintillii: a quelle tematiche e a quel linguaggio di derivazione post impressionista egli si mantenne sostanzialmente fedele per tutta la sua vita, indifferente, ma non ignaro, delle rivoluzioni del linguaggio artistico giunto a maturazione già nei primi decenni del Novecento.

Susanna Zatti

L'inaugurazione della mostra si terrà
sabato 5 giugno alle ore 11.00
Orari apertura mostra:
giugno: 10.00 - 17.50 da martedì a domenica
luglio: 09.00 - 13.30 da martedì a sabato; 09.00 - 13.00 domenica
Per informazioni:
Tel. 0382 - 33853
(Roberta Manara)

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