Sabato 12 luglio 2008
LO SCAFANDRO E LA FARFALLA (Le scaphandre et le papillon) di Julian Schnabel
Interpreti: Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Anne Consigny, Patrick Chesnais
Niels Arestrup, Olatz Lopez Garmendia, Jean-Pierre Cassel, Marina Hands, Max von Sydow, Emma De Caunes, Michael Wincott
Durata: 112
Origine: Francia 2007.
«La mer qu'on voit danser le long des golfes clairs a des reflets d'argent»: intenerita dalla nostalgia, la voce di Charles Trenet "riempie" il nero dello schermo. Poi s'accende una luce chiara, percorsa da immagini incerte, e si intuisce che la macchina da presa sta guardando il mondo stando "dentro" Jean-Dominique Bauby interpretato da Mathieu Amalric. In platea, infatti, noi vediamo quello che il suo occhio vede.
È appunto da un racconto autobiografico di Bauby, caporedattore di «Elle», che Julian Schnabel e lo sceneggiatore Ronald Harwood hanno tratto Lo scafandro e la farfalla. Colpito da ictus nel 1996, il quarantaduenne Bauby può comunicare solo attraverso il battito della palpebra sinistra. Uscito dal coma, sente attorno a sé il mondo con i suoi rumori e le sue voci. Riesce anche a catturarne le immagini, almeno quelle in asse con il suo occhio. E certo mantiene viva la coscienza di sé, con tutti gli affetti e i ricordi, i desideri e l'assurda voglia di futuro. La vita ancora lo chiama, e la sua risposta la sola che gli sia consentita è la decisione di scrivere un libro. Per lunghi mesi, aiutato dalla giovane logoterapista Henriette Durand, Marie-Josée Crose, allinea battiti di ciglia a battiti di ciglia, fino a compiere un'opera disperatamente vitale.
È tutto in soggettiva, Lo scafandro e la farfalla. Lo è in senso lato, e anche forte: il "narratore" è il punto di vista di Jean-Dominique, il suo sguardo sulla vita che gli sfugge. E lo è anche in senso stretto. La regia sceglie di mantenere quasi sempre quel punto di vista, come se il suo occhio fosse l'occhio stesso di Jean-Dominique. Così, l'incertezza del risveglio in ospedale diventa la nostra incertezza, e la sua angoscia la nostra angoscia. D'altra parte, non c'è solo angoscia, in quel suo e nostro sguardo stupito. E non c'è mai resa alla morte, per quanto la si avverta assurda e vicina. Nel suo letto prima, e poi su una sedia, Jean-Dominique è prigioniero dei suoi muscoli inerti. Il suo corpo s'è fatto pesante, chiuso. Una sorta di orrido scafandro lo tiene in un mare opaco,e lo esclude da quello che sempre più desidera: la leggerezza, il volo lieve di una farfalla.
Non è un santo, Jean-Dominique, e ancor meno è perfetto. Ma proprio per questo è vivo. Della vita, appunto, ha amato e ama le vie secondarie, i sentieri vaghi che contraddicono il cammino di un uomo, ma anche gli danno senso e gusto. Gli sono piaciute le donne, e ancora si stupisce di non poter volar via dalla sua prigione per tornare a sentirle, a toccarle, a goderle.
Insomma, non fugge dal mondo e dalla sua bella carnalità, per quanto niente più gliene sia concessa. Non chiede sconti al dio dei miracoli. Se alla memoria gli torna un viaggio lontano a Lourdes, è solo per ritrovare la bella donna che ce lo aveva portato. Ed è ironico, ironico come un Don Giovanni alle prese con la messa in scena del Convitato di pietra, quando un prete lo tenta. C'è tutto un convento di frati che pregano per me, gli dice, eppure lei può vedere come sono ridotto. Ma non c'è astio,in queste sue parole. L'ironia resta ironia, senza cedere al sarcasmo.
Così, povera cosa abbandonata alla propria impotenza, Jean-Dominique prova a vincere l'assurdo che pretende d'averlo già vinto. Accetta la fatica della scrittura. Battito di palpebra dopo battito di palpebra, nasce il suo libro. In questo modo non è più la morte il centro della vita che gli resta. Il tempo torna a essere suo, e suoi tornano a essere gli affetti che lo abitano: le donne, certo prima fra tutte la sua Inès, Agate de La Fontaine, che "desidera" ogni giorno, ma anche i suoi figli, e la madre dei suoi figli, gli amici. E poi il suo vecchio padre, che ama e da cui è amato, e che inutilmente tenta di consolare.
Senza miracoli, che non sia quello della sua disperata voglia di leggerezza, Jean-Dominique torna vivo, almeno per un po'. E così lo vede chi gli si avvicina: non come un goffo, inutile corpo immobile, ma come un padre, un figlio, un amante, un amico. Anche il cinema si lascia convincere dal suo coraggio, e accenna ad abbandonare la soggettiva. Ogni tanto, appunto, la macchina da presa lo osserva dall'esterno, vivo tra i vivi: mentre "parla" alla sua Inès, per esempio, o mentre lo baciano i figli.
Certo, come il suo libro, anche la sua vita finisce, e proprio quando la speranza è tornata a illuderlo. Dall'oggettiva di nuovo il cinema passa alla soggettiva, e a ritroso dalla luce chiara lo schermo torna al buio. In ogni caso, è stato un provvisorio vincitore della morte, Jean Dominique. Il suo coraggio vale più d'ogni nostalgia, anche più di quella dei golfi chiari e dei loro riflessi d'argento.
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