UN "GIARDINO DELL'EDEN" ALL'OASI DI SANT'ALESSIO
PER INTERAGIRE CON GLI ANIMALI SELVATICI

Nel parco naturalistico Oasi di Sant'Alessio, in provincia di Pavia, angolo incontaminato
della nostra pianura, è possibile vivere un'esperienza unica: osservare e avvicinare esemplari
di animali autoctoni completamente selvatici. Nasce il Giardino dell'Eden, una straordinaria
modalità di scoperta e interazione con alcune delle specie animali più rare e protette

Nell'Oasi di Sant'Alessio, il parco naturalistico alle porte di Pavia, un gruppo di studiosi si dedica da quasi trent'anni alla reintroduzione in natura e alla protezione di specie autoctone. Alcuni esemplari di queste specie, dopo essere stati rilasciati, hanno conservato una certa fiducia negli operatori dell'Oasi così come, fatto assai singolare, è avvenuto per molti esemplari selvatici, che hanno cominciato ad interagire con loro.

Oggi, popolazioni di Falchi Pellegrini, Gheppi, Gufi di varie specie, Conigli selvatici, Lepri, Mignattai, Aironi, Cicogne, completamente selvatici, dimostrano di non essere disturbati dalla presenza dell'uomo. Quasi ogni settimana una nuova specie si aggiunge a quelle che già ora possono essere osservate a pochi metri di distanza, talvolta quasi toccare.

In linea con la filosofia che dieci anni fa ha portato all'apertura al pubblico dell'Oasi, nella ferma convinzione che l'amore per la natura induce al suo rispetto e alla sua conservazione, gli operatori dell'Oasi hanno scelto di coinvolgere i visitatori in un'esperienza straordinaria dal grande valore naturalistico: l'osservazione da vicino delle specie selvatiche. E' stato quindi messo a punto il "Giardino dell'Eden", una nuova modalità di osservazione che va ad aggiungersi ai numerosi progetti finalizzati alla divulgazione scientifica varati negli ultimi anni.

Il nuovo progetto arricchirà i percorsi del Parco, tutti di grande interesse scientifico per le specie che popolano le diverse aree in un contesto di semilibertà o libertà assoluta e immensamente emozionanti per i visitatori di ogni età: le Zone Umide, la Foresta Pluviale Amazzonica, il Giardino delle Farfalle, il Giardino Botanico della Domesticazione ed "Exploranatura", un vero e proprio laboratorio con efficaci dimostrazioni sui fenomeni più diffusi in natura, come ad esempio la fotosintesi, la mimetizzazione e le conseguenze nefaste sull'ambiente delle azioni insensate dell'uomo.
Gli ospiti dell'Oasi sono resi partecipi del lavoro scientifico e protezionistico in corso di realizzazione, facendo in modo che i processi di riproduzione, ripopolamento e rinselvatichimento, concepiti e condotti con tecniche all'avanguardia e su larga scala, siano sempre osservabili, verificabili e comprensibili anche ai bambini.

Dal 1994, ogni anno nel periodo da marzo a ottobre l'Oasi è aperta ai visitatori che, non visti dagli animali grazie a tunnel e percorsi nascosti dotati di finestrelle, possono osservare "in diretta" tantissime specie selvatiche nel loro habitat naturale: dagli Aironi ai Bradipi, dall'Aquila Reale ai Castori. Questi ultimi, lo scorso anno, si sono riprodotti per la prima volta al mondo in cattività, dando alla luce tre piccoli.
L'Oasi è aperta dal Martedì alla Domenica e nei Lunedì festivi e prefestivi dalle ore 10.00 alle ore 20.00 (ingresso fino alle ore 18.00). Il costo del biglietto è di 9 Euro per gli adulti e 6 Euro per i bambini dai 3 ai 12 anni. L'ingresso è gratuito per i portatori di handicap. Scuole e comitive possono prenotare visite guidate.
Per informazioni: tel. 0382 94139 - www.oasisantalessio.com.

 

INDICE

le meraviglie dell'oasi
informazioni di servizio
rispetta e ama la natura: come comportarsi all'oasi
il giardino delle farfalle
un glossario per naturalisti in erba
a Sant'Alessio il primo laboratorio naturalistico all'aperto
così è nata la nostra oasi
il castello di Sant'Alessio

LE MERAVIGLIE DELL'OASI


Giardino delle farfalle selvatiche. Da maggio a ottobre si possono osservare le magnifiche farfalle europee, attirate dai fiori di cui si nutrono, che si cibano e si riproducono liberamente. Realizzato nel 1999, questo giardino funziona splendidamente per l'osservazione di esemplari selvatici.
Oltre alle farfalle europee selvatiche, è possibile osservare il ciclo completo delle farfalle esotiche allevate nelle serre (v. p.to 18), dove vivono e si riproducono sulle centinaia di specie di piante tropicali a loro disposizione.

Il fiume: un corso d'acqua in miniatura con i suoi abitanti, dai laghetti alpini alla foce.
Otto punti di osservazione permettono di vedere "in diretta", attraverso finestre subacquee, la vita dei pesci e delle piante acquatiche. L'appostamento per l'osservazione ravvicinata del martin pescatore libero e selvatico.

Stagno dei fenicotteri, cicogne e mignattai, in libertà. Lo stagno ospita esemplari riproduttori di cicogne e fenicotteri, i cui piccoli una volta adulti vengono rilasciati. Inoltre ospita i mignattai rilasciati in natura, nati da coppie di riproduttori ospitati nella garzaia.

Voliera dei Falchi Pellegrini. Sant'Alessio è stato, fin dagli anni '70, il primo centro Italiano per la riproduzione del falco pellegrino. In quegli anni infatti questo animale ha rischiato l'estinzione in natura a causa dell'uso di pesticidi (DDT) che, indebolendone il guscio dell'uovo, ne ha causato la sterilità. Nel corso di questi anni sono stati liberati circa 15 esemplari nati nel nostro centro. Ora il falco pellegrino gode di splendida salute allo stato selvatico grazie al divieto dell'uso di pesticidi contenenti DDT. La voliera dei falchi pellegrini, visibile ai visitatori, ospita una coppia di riproduttori, da cui nascono i falchi che vengono liberati nell'Oasi.

Voliera delle paludi: spatole, aironi, mignattai, piccoli trampolieri, anatre. Questa voliera è stata studiata con un'ambientazione ideale per gli animali di palude. Allo scopo di reintrodurre le specie in natura qui sono stati allevati mignattai (Plegadis falcinellus) e spatole europee (Platalea leucorodia), poi liberati all'interno dell'Oasi. Tutti i mignattai liberati non hanno mai lasciato l'Oasi di Sant'Alessio e hanno nidificato durante il primo anno di libertà all'interno della garzaia. In questo momento, allo stato selvatico, vi sono nove esemplari di mignattai.

Palude per gli uccelli di passo
In questa zona lasciata brada, si possono vedere, a seconda delle stagioni, ibis, cicogne, aironi, anatidi, e in qualche occasione una spatola, o i cavalieri d'Italia che sono stati liberati negli anni precedenti, e che scelgono di fermarsi nel luogo dove sono nati, lungo la strada della migrazione.

Garzaia: dal 20 marzo ad agosto, la nidificazione di 300 e più coppie di aironi. I nidi sono visibili attraverso vetri a specchio, da cui gli animali non possono vedere lo spettatore, che si gode quindi uno spettacolo unico. Nel 1999 il picchio rosso maggiore ha nidificato a pochi metri dal vetro, rendendo possibile la visione dell'intero ciclo di nidificazione di questo splendido animale.

Lo stagno dei castori europei. In questo stagno vive una coppia di castori europei, che costituisce l'inizio di una colonia destinata alla reintroduzione in natura. Questo animale, infatti, nel nostro Paese, era scomparso in natura addirittura nel 1600, a causa della predazione effettuata da parte dei cacciatori di pellicce. Grazie ad un programma di reintroduzione, la coppia di castori europei ospitata nell'Oasi lo scorso anno ha dato alla luce tre piccoli, e rappresenta il primo caso in Italia di riproduzione in cattività. Anche quest'anno la coppia si prepara a riprodursi: i tre piccoli sono stati spostati in un'area separata, per evitare che venissero soppressi dai loro stessi genitori in previsione di nuove nascite.

La palude per la liberazione dei cavalieri d'Italia

Il tunnel subacqueo: otto grandi finestre subacquee consentono di osservare, non visti, la vita degli uccelli acquatici, dei pesci, dei castori. Il visitatore è portato sotto il livello dell'acqua, per mezzo di un tunnel che si immerge al centro di una serie di stagni, popolati da uccelli, quali le avocette, la pesciaiola, o il martin pescatore. E' quindi possibile, con un'attesa di pochi minuti, assistere alle loro evoluzioni tra la flora dello stagno alla ricerca di piccole prede. Uno spettacolo straordinario che ogni naturalista sogna di vedere almeno una volta nella vita.

Visioni nella foresta: un percorso segreto consente di osservare alcuni degli angoli più suggestivi del bosco e della garzaia

La foresta pluviale.
Il percorso inizia fra le chiome di una foresta pluviale sommersa e prosegue in un bosco di felci arboree in un ambiente all'aperto con le piante e gli uccelli della foresta amazzonica.
Percorrendo il sentiero all'interno della voliera di 3.500 metri quadrati si scoprono i nidi degli splendidi ibis scarlatti, che nidificano sulle cime degli alberi, al riparo dai predatori; in un'isola della foresta, una famigliola di scimmiette (Uistiti dai pennacchi bianchi) vive e si riproduce all'aria aperta.
Il complesso delle quattro serre (più una tecnica non accessibile ai visitatori) è concepito come un ambiente che deve essere, almeno in parte, in equilibrio: farfalle e colibrì si nutrono dei fiori, i predatori come le formiche vengono controllati dai rospi, i parassiti delle piante, come la terribile cocciniglia, da insetti predatori. In un ambiente così complesso si possono studiare fenomeni mai osservati.

Voliera dei tucani e dei formichieri arboricoli.

Prima serra delle farfalle: tre specie di farfalle (Caligo, Heliconius charitonius, Attacus atlas) vivono e si riproducono spontaneamente in un ambiente tropicale.
Da aprile a settembre inclusi, il Tropicarium ospita una vasta popolazione di farfalle tropicali. E' possibile osservare alcune delle più belle specie conosciute (in particolare la Morfo dell'Amazzonia, la Ulisse del Sudest asiatico, la Ornitoptera della Nuova Guinea e decine di altre specie) vivere e riprodursi in modo naturale.
Alle farfalle abbiamo dedicato due serre: nella prima vivono, totalmente autonome, le Caligo e le Eliconie: nascono, si riproducono e rinascono a spese della vegetazione locale. Nella seconda immettiamo giornalmente gli esemplari che nascono nel nostro allevamento.

Acquario dell'Amazzonia, ambiente delle mangrovie.

L'habitat dei galletti di roccia (la radura della foresta amazzonica).
In un angolo della serra tropicale principale, è stato ricostruito un pezzo di sottobosco dell'Amazzonia, con una piccola sorgente, fra le felci e i muschi. Vi abita una famiglia di galletti di roccia (Rupicola rupicola), dal meraviglioso color arancio, celebri per le straordinarie danze con cui i maschi cercano di attirare l'attenzione della compagna.

Seconda e terza serra delle farfalle e dei colibrì. Le più belle farfalle dei tropici, allevate da noi, vengono settimanalmente inserite in questo ambiente, popolato dai colibrì e dai fiori di cui essi e le farfalle si nutrono.
Nelle voliere da riproduzione, si possono osservare spesso i colibrì sui nidi. Nella serra principale uno stormo vive i piena libertà ed è visibile mentre si libra per aria, nutrendosi dal nettare dei fiori.
Sant'Alessio alleva i suio colibrì (Amazilia amazilia, Lesbia nuna , Myrtis fanny, Colibrì coruscans Polyonimus caroli, Rhodopis vesper, Thalurania furcata), seguendo i metodi e i consigli del grande allevatore olandese Jack Roovers, che ha messo a punto il primo "protocollo" per l'allevamento di questi meravigliosi uccelli.


Camaleonti e iguane

Voliera dei cavalieri d'Italia, dei martin pescatori e dei gruccioni

Voliere del recupero uccelli feriti: aquile, falchi, giovani dell'anno allevati e in procinto di essere reintrodotti in natura.
L'Oasi di Sant'Alessio si occupa di curare gli animali che vengono trovati feriti, siano essi uccelli o mammiferi. Generalmente sono animali colpiti da cacciatori o travolti dal passaggio di una macchina. Un veterinario, sempre presente nell'Oasi, si occupa di visitare l'animale, ed eventualmente di prestargli le cure necessarie alla sua riabilitazione. Spesso le cure si protraggono per lungo tempo, essenziale in questi casi è fare in modo che la presenza umana non causi nessuno stress all'animale. Solo quando il nostro amico sarà perfettamente sano verrà reintrodotto nel luogo dove è stato trovato ferito. In qualche caso l'animale non sarà più in grado di riprendere la sua normale vita selvatica, allora verrà ospitato a vita presso l'Oasi, dove, se possibile, entrerà a far parte di un programma di allevamento, per poter liberare l'eventuale prole nata.

Stagno dei pellicani. Nell'ultimo stagno del percorso sono ospitati i pellicani europei, definiti da Plinio pellicani di fiume, ma ormai estinti nei corsi d'acqua europei.
Nidifica in colonie e depone da due a tre uova. I piccoli sono alimentati da entrambi i genitori. Si ciba di pesce che cattura con l'enorme becco.

Serra dei bradipi
Una delle serre del Tropicarium è dedicata quasi esclusivamente a una piccola colonia di bradipi (Choloepus didactilus). Il 17 novembre 1999, a conferma dell'ottimo lavoro di ricostruzione dell'ambiente naturale che li ospita, è nato un piccolo bradipino, di nome Amedeo, il primo della sua specie nato in Italia.
Il gruppo è costituito da un maschio e tre femmine- oltre che, naturalmente, dal piccolo Amedeo.
Abbiamo potuto osservare un comportamento inedito per questa specie, amata ma poco conosciuta: il piccolo, fin dai primi giorni di vita viene affidato dalla madre ad una delle "zie", quando la prima deve avvicinarsi a terra - luogo poco amato dai bradipi che vi si sentono indifesi - per defecare o per mangiare. La madre riprende il piccolo solo all'ora della poppata.

Gli uccelli giardinieri
Fra la Nuova Guinea e l'Australia vivono due famiglie di uccelli, che si sono evolute da un unico ceppo. Hanno in comune l'esigenza dei maschi di attrarre le femmine con modalità straordinarie, uniche nel mondo animale.
La famiglia dei Paradisaeidae ha puntato su una eccezionale evoluzione fisica: i maschi degli uccelli del paradiso sono infatti fra le creature più belle esistenti (una famiglia di Cicinnurus regius è ospitata a Sant'Alessio, e sarà visibile nei prossimi anni, quando lo spazio in cui vive verrà reso visitabile). La famiglia dei Ptilonorhynchidae, o uccelli giardinieri, ha invece puntato sul comportamento: il maschio, per far sapere alla femmina quanto ricco e vasto è il suo territorio, vi costruisce elaborati giardini di rami e foglie secche, li decora con fiori frutti e foglie sempre freschi, e infine li dipinge con un misto di foglie masticate e saliva. Poi invita la femmina, con danze rituali, al nido d'amore. Che si badi, non è un nido. Questo verrà poi costruito, nella banale forma della scodella, dalla femmina, che da sola alleverà poi la prole.
Sant' Alessio nel 1999 ha ospitato la prima nidificazione in cattività dell'uccello giardiniere. Il giardino è visibile nella serra dei Bradipi, alla base delle piante di bamboo. Nelle ore più tranquille, si può osservare il maschio eseguire i suoi lavori di manutenzione (cambia ogni giorno le foglie fresche e i frutti) e danzare per la femmina.

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INFORMAZIONI DI SERVIZIO

1. Orari, costo dei biglietti d'ingresso e visite guidate
L'Oasi è aperta al pubblico da Marzo al 3 novembre, dal Martedì alla Domenica, dalle ore 10.00 alle ore 20.00 (ingresso fino alle 18.00). Aperto i Lunedì festivi. L'orario di apertura è comunque ristretto alle ore di luce
Ingresso adulti compreso di tessera associativa annua: ¤ 9
Ingresso bambini da 3 a 12 anni compreso tessera associativa annua: ¤ 6
Portatori di handicap in carrozzella: ingresso gratuito
Nell'Oasi non sono ammessi animali domestici quali cani o gatti.
A disposizione dei visitatori box ombreggiati per i cani.


Scolaresche e visite guidate
E' possibile prenotare visite guidate all'Oasi per scolaresche o gruppi di massimo 25 persone. Al biglietto d'ingresso va ad aggiungersi il costo della guida, che varia a seconda della tipologia (materna, elementare o media) e quindi della durata della visita. Si parte da una visita guidata della durata di 1 ora (costo Euro 70) per i bimbi della materna, fino alla visita completa dell'Oasi della durata di 4 ore (costo Euro 140).
La presenza della guida consente di accedere al percorso Explora Natura e partecipare agli esperimenti del laboratorio.
Per informazioni dettagliate e prenotazioni di visite guidate per scolaresche e comitive, telefonare allo 0382 94139.

2. Aree giochi e ristoro
Zona ristoro: bar, servizi. All'interno dell'Oasi c'e un piccolo ristoro al riparo del sole, dove si può trovare qualche bibita fresca gelati e panini.
Zona pic nic. All'interno di un bosco di noci si trova un'area pic nic al riparo dal sole o dalla pioggia, con tavoli attrezzati.
Zona giochi. I bambini hanno a disposizione una zona priva di pericoli dove possono giocare. E' stato allestito un campo di calcio e uno di pallavolo, i più piccini si divertiranno a giocare nella sabbia preparata per loro.
Shop. Presso la biglietteria possono essere acquistati poster, cartoline, animaletti giocattolo e altri gadget dell'Oasi.

N.B. Sentieri e camminamenti. I percorsi sono tutti battuti e drenati anche in caso di piogge recenti. Non è necessario avere calzature particolari o da trekking. L'oasi è visitabile al 60% da persone disabili.

3. Indicazioni stradali
Da Milano (25 Km). Imboccare via Ripamonti, seguire sempre per Pavia, appena superato Lardirago svoltare a sinistra per Sant'Alessio.
Da Pavia (6Km): imboccare via Ferrini e poi sempre dritto fino all'indicazione per Sant'Alessio.
Dall'autostrada Piacenza-Torino (20 Km): uscita Broni, seguire per Pavia fino al bivio per Milano (distributore Esso). Seguire le indicazioni per Milano fino al bivio per Landriano Lardirago. Proseguire per Lardirago fino al bivio per Sant'Alessio.
Dalla tangenziale Ovest di Milano (20 Km): uscita Pavia Val Tidone, seguire le indicazioni per Pavia, appena superato Lardirago svoltare a sinistra per Sant'Alessio.

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RISPETTA E AMA LA NATURA: COME COMPORTARSI ALL'OASI
Qualche raccomandazione per i visitatori

L'osservazione della natura in un luogo che, volutamente, è stato ricostruito per accogliere animali di passaggio, proteggerli, farli riprodurre e rilasciarli, richiede da parte dei visitatori un comportamento rispettoso e attento, che facilita peraltro l'incontro con alcune specie selvatiche non abituate alla presenza dell'uomo.
Per questo è particolarmente importante non alzare la voce o correre in prossimità degli animali che, spaventati, fuggirebbero. Così come fondamentale è anche non uscire dai sentieri delimitati, azione che potrebbe essere considerata dagli animali come un'invasione di spazi "privati" e ne provocherebbe l'immediato abbandono.
Strappare fiori e foglie, raccogliere bacche, frutti, funghi significa privare gli "abitanti" dell'Oasi di una risorsa fondamentale, sulla quale essi contano.
Le porte delle voliere devono essere sempre richiuse con attenzione: è quindi indispensabile passarvi uno alla volta, senza tenerle aperte per il visitatore successivo, ma richiudendole subito dopo aver transitato.
Scalciare la ghiaia dei sentieri sui prati ne determina la morte per soffocamento; buttare sassolini negli stagni altera l'equilibrio per la perdita di tutte le piante acquatiche e costringe ad un difficile lavoro di estrazione.
Infine, mai come in un giardino naturalistico risultano particolarmente fuori luogo il mancato utilizzo dei cestini per i rifiuti o il danneggiamento delle stuoie di canne, secche e fragilissime.
Questi suggerimenti per un corretto comportamento, rispettoso della natura, potrebbero risultare un po' restrittivi soprattutto per i bambini, per i quali giustamente la visita all'Oasi è una giornata di vacanza da vivere con gioia. L'osservazione di queste norme, tuttavia, rappresenterà per loro l'occasione per recepire e applicare i primi rudimenti di educazione ambientale.

E' importante inoltre ricordare che uno spettacolo emozionante come l'avvistamento di un animale selvatico e l'osservazione del suo comportamento, è meno difficile di quanto si immagini: il martin pescatore, l'upupa, il tarabusino, i fenicotteri, gli aironi, le cicogne, le anatre pescatrici, gli scoiattoli, le farfalle, i serpenti d'acqua, i trampolieri, beccacce e beccacini possono essere avvistati anche dai meno esperti, ma richiedono pazienza e silenzio. Gli allestimenti dell'oasi - tunnel dotati di finestrelle, sentieri di stuoie in canna che attutiscono il rumore dei passi, vetri specchiati tipo "confronto all'americana" - facilitano senz'altro l'osservazione, con risultati di grande soddisfazione!


Un'ultima considerazione: alcune manifestazioni naturali dell'ambiente, possono non risultare di immediata comprensione ai visitatori: ad esempio, le acque dell'Oasi sono spesso limacciose, non perché sporche o stagnanti, ma a causa delle carpe che le abitano e che rimestano il fondo, che non è cementato. Inoltre le piante acquatiche di qualche stagno fermentano, diffondendo un odore vagamente alcolico e le alghe infestano ciclicamente sia gli stagni che i ruscelli, limitando la trasparenza delle acque. Questi fenomeni sono forse meno "poetici"... ma sicuramente testimoniano la volontà di studiosi, veterinari e botanici dell'Oasi di lasciare che la natura faccia il proprio corso

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IL GIARDINO DELLE FARFALLE
I consigli degli esperti dell'Oasi per realizzare il nostro Giardino delle farfalle.

Innanzitutto è necessario disporre di uno spazio molto soleggiato: le farfalle disertano perfino i loro fiori preferiti, se sbocciano all'ombra.
Poi pianteremo un minimo di tre Buddleie: una da potare a marzo, una a maggio e l'altra da lasciare intonsa. Avremo così una fioritura estesa lungo tutta la buona stagione.
Qualche pianta di Lythrum salicaria, o salcerella, ci garantirà una profusione di cavolaie e, in minore misura, tutte le altre farfalle nostrane. E' quasi introvabile per ora, presso i fioristi, ma è disponibile all'Oasi o si può chiedere a qualsiasi agricoltore la cortesia di prelevarne qualche esemplare - che lui comunque distruggerebbe - lungo i suoi fossi.
La si riconosce dalle lunghe spighe blu-viola e dalle fogli lanceolate. Ama avere le radici all'umido.
Anche i cardi che crescono lungo i fossi sono ricchi di nettare. Non raccogliamo le piante, che non sopporterebbero il trapianto e sono protette, ma preleviamo, in tarda estate, i semi, che germinano facilmente e possono essere messi a dimora in qualche angolo meno in vista el giardino.
Poi vengono due piante straordinarie, la Lantana e la Pentas. Le ricovereremo d'inverno all'asciutto e al riparo dal gelo o le sostituiremo, a primavera, trattandole come piante annuali: si trovano facilmente presso i vivaisti e costano poco. La Lantana (che sia la Lantana camara, dal portamento cespuglioso eretto e dai fiori rossi e gialli) è una pianta molto vigorosa che, in una sola stagione, arriva a superare il metro di diametro. Sarà sempre carica di fiori, dal colore tanto più intenso quanto più sole prenderà. Necessita, in estate, di annaffiature abbondanti. All'inizio dell'inverno va potata a non più di 30 cm dalla base.
La Pentas (Pentas lanceolata) è una pianta da fiore diffusa solo da pochi anni. E' un'aggiunta di valore a ogni giardino. Fiorisce fin oltre i primi freddi (ma, come la Lantana, il primo gelo la fulminerà), non necessita di cure particolari.
Preferiremo la varietà a fiori rossi, rispetto a quelle più diffuse, bianche, rosa o viola cardinale.
Altre specie ricche di nettare sono l'alisso, l'aubetia, il Cheiranthus, L'Armeria maritima, la lunaria, la Hesperis matronalis, la Valeriana, la reseda, il Dianthus barbatus, la nepeta o erba gatta, la Phlox adsurgens, l'issopo, gli Aster, la verbena, l'Echium wildpretii, il fiordaliso, l'eliotropio, la Solidago, il Sedum, i meravigliosi Clerodendrum (quasi tutti da ricoverare al caldo d'inverno), gli Edychium, impareggiabili per regalarci lo spettacolo serale e notturno delle macroglosse e delle altre sfingi, il cui volo ha ben poco da invidiare a quello dei colibrì.
Per ospitare le larve sono necessarie piante completamente diverse: la natura ha disposto che la larva della farfalla, mangiatrice di foglie, non distrugga la pianta di cui vive l'adulto.
Basterà per cominciare un mandorlo o un pesco (da non trattare con veleni) qualche ciuffo di ortiche (non la varietà comune bensì la Urtica dioica, che si distingue per le foglie più frastagliate), qualche carota e qualche pianta di finocchio (meglio se selvatico, da semi racolti nel Sud o in Liguria). Come base useremo un po' di erba medica, di cui sono utili sia i fiori sia le foglie.
Con tante e tali varietà combinate fra loro il nostro giardino non ha nulla da invidiare, per ricchezza di colori, a quello tradizionale. Le farfalle, che non mancheranno di popolarlo e saranno sempre più numerose un anno dopo l'altro, lo renderanno semplicemente straordinario. Da parte nostra, dovremo fare attenzione a non usare veleni se non in casi rarissimi. Impareremo infatti a riconoscere che la quasi totalità degli insetti nocivi può essere tollerata perché comporta danni di portata limitata e impareremo a ricorrere alla cosiddetta lotta biologica.

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UN GLOSSARIO PER NATURALISTI IN ERBA

BIODIVERSITA': l'abbondanza di specie diverse, in particolare quelle che occuperebbero un determinato ambiente in assenza dell'opera limitativa dell'uomo.
CONSERVAZIONE: l'insieme delle pratiche tese a conservare una specie o un determinato ambiente naturale.
CONSERVAZIONE IN SITU: le pratiche tese alla conservazione di una specie senza rimuoverla dal suo ambiente, di solito agendo sul contenimento dei predatori (uomo, carnivori); sulla disponibilità alimentare (es. piantando vegetali adatti, incentivando popolazioni di animali predabili); sulla qualità fisica dell'habitat (es. acque più pulite); sulla disponibilità di spazio; sul disturbo da parte delle attività umane (es. alpinismo in primavera).
CONSERVAZIONE EX SITU: le pratiche tese alla conservazione di una specie trasportando soggetti prelevati da popolazioni più in salute, o reintroducendo individui riprodotti in cattività. Generalmente è associata a interventi di conservazione in situ. Pratica un tempo molto controversa, ma cui si ricorre sempre più di frequente. Questo tipo di conservazione è la sola praticabile quando una specie è ridotta a numeri che non ne consentono il recupero per vie naturali.
DOMESTICAZIONE: il processo, che dura parecchie generazioni, per cui si crea una popolazione allevata dall'uomo e che si riproduce in modo indipendente dalle popolazioni selvatiche parallele. Un tempo questa pratica si univa a una pervicace attività tesa a modificare morfologia e comportamenti delle popolazioni allevate. Oggi si tende, invece, a mantenere strettamente le caratteristiche, anche della variabilità genetica, della specie originale.
ESTINZIONE: la scomparsa di una specie. Talvolta il concetto è esteso alla scomparsa di una sottospecie, o addirittura soltanto di una popolazione, che è semplicemente un gruppo di individui che occupa un determinato ambiente, ma il cui isolamento da popolazioni diverse non è endogeno ma puramente dettato dalle circostanze.
GARZAIA: il luogo, generalmente un bosco di basso o medio fusto, dove nidificano, in colonia, gli Aironi.
HACKING: Gli uccelli rapaci vengono nutriti nel nido ben oltre il periodo dell'involo, praticamente fino alla loro autonomia venatoria. Nel Medioevo si conosceva questo loro comportamento e lo si sfruttava per ottenere falchi nidiacei (v. oltre) con qualità fisiche e di comportamento simili a quelle di esemplari cresciuti in natura: i giovani si recavano quotidianamente al nido, certi di trovarvi i genitori, con del cibo. Tradizionalmente il soggetto veniva ricatturato subito dopo la prima predazione. I naturalisti dei nostri giorni hanno riscoperto questo metodo (applicato per la prima volta con questo scopo dall'Oasi di Sant'Alessio), che consente percentuali di sopravvivenza dei giovani del tutto simili a quelle degli esemplari allevati dai genitori, forse perfino superiori: gli individui malati o feriti possono infatti essere salvati ed avere una seconda occasione.
IMPRINTING: un fenomeno scoperto da Konrad Lorenz negli anni '20. Consiste nell'attitudine di ogni uccello di identificare chi lo accoglie alla nascita come proprio genitore, e conseguentemente nell'identificarsi con la sua specie. Nei casi estremi (il rapporto con il genitore adottivo viene mantenuto fin oltre l'"adolescenza", il piccolo viene allevato in assenza di fratelli), l'esemplare non può neppure accoppiarsi con un conspecifico. Può tuttavia, con un ulteriore addestramento, accoppiarsi, o tentare di farlo, con esemplari della specie che ha funto da genitore. Soggetti "imprintati" vengono talvolta appositamente allevati per usarli nella fecondazione
artificiale.
NIDIACEI: uccelli prelevati dal nido prima che siano capaci di volare. Per estensione, esemplari allevati in cattività ma tolti dal nido prima dell'involo.
NIDIFICAZIONE COLONIALE: l'abitudine di certe specie di uccelli di nidificare gli uni vicino agli altri, generalmente per godere di una miglior difesa dai predatori, ma talvolta anche per distribuire le risorse alimentari (es. gli Aironi, che si approvvigionano a grandi distanze dai
nidi, offrono cibo anche ai piccoli dei nidi vicini al proprio)
RADIOTELEMETRIA: una tecnica originariamente messa a punto dai falconieri americani. Consiste nel munire l'esemplare da rilasciare di un minuscolo radiotrasmettitore, che può essere piccolo come un pisello e trasmette degli impulsi a distanze di un paio di chilometri o più, per un periodo di una o due settimane. I grossi trasmettitori, della taglia di una prugna, possono restare attivi anche per sei mesi, e possono essere trasportati da uccelli della dimensione del Falco pellegrino (1 kg.). Un'antenna direzionale consente di rilevare, con molta approssimazione, la direzione in cui l'esemplare si trova. Una evoluzione di questa metodica sfrutta i satelliti del sistema GPS e consente grande precisione e di seguire il soggetto su tutto il globo. E' pesante e costoso.
RICOSTRUZIONE AMBIENTALE: il restituire ad ambienti degradati, in particolare dall'agricoltura industriale, o dismessi dall'uomo (es. cave, industrie, ma anche i bordi delle strade, i parchi cittadini, i viali alberati), caratteristiche che li rendano più adatti ad accogliere animali e piante.
RECUPERO: la pratica di curare e tentare di rimettere in libertà soggetti feriti o "caduti dal nido". Una ricerca condotta dalla LIPU poco dopo il 1980 ha dimostrato che solo il 5% circa degli esemplari sopravvive a un anno dal rilascio: evidentemente la menomazione subita par un trauma devastante come una fucilata (un pallino da caccia sta al corpo di un uccello come una palla di cannone sta a quello di un uomo) rende difficile un recupero fisico sufficiente. Oggi la pratica è prevalentemente portata avanti per le sue implicazioni didattiche e come metodo di finanziamento delle Associazioni.
REINTRODUZIONE: la fase in cui un animale riprodotto in cattività o ferito viene restituito alla natura. La tecnica tradizionale consiste nel portare il soggetto nel suo habitat naturale, munito o meno di attrezzatura di radiotelemetria e successivamente cercare di aiutarlo, qualora si trovi in difficoltà. E' un metodo molto costoso, perchè per dare i migliori risultati necessita dell'assistenza di due e fino a sei persone, in più turni, per almeno quattro mesi. Al termine di questo periodo, l'esemplare, salvo si tratti di un grande rapace, viene considerato equivalente a uno selvatico, con una prospettiva di vita normale. Ma le perdite in quei pochi mesi si devono valutare fra il 30 e il 70% e oltre. Per gli uccelli rapaci si usa molto la tecnica dello hacking (v. oltre), che può dare risultati molto superiori.
REINTRODUZIONE GRADUALE: un metodo di fatto scoperto da Konrad Lorenz ed applicato per la prima volta su larga scala all'Oasi di Sant'Alessio.
Consiste nel restituire i giovani (ma anche esemplari recuperati) alla natura solo quando si ha la certezza che, per addestramento o altri motivi (per esempio una costrizione fisica temporanea), essi non si allontaneranno, almeno per qualche tempo, dal luogo del rilascio. Qui gli si può assicurare cibo e protezione, fino a quando non saranno fisicamente e comportamentalmente autonomi. Un vantaggio non disprezzabile di questo metodo è la sua relativa economicità. I risultati sono importanti: si evita quasi completamente la mortalità giovanile, che, in natura, è in media, per gli uccelli, del 70% dei soggetti involati, nel primo anno di vita.
Viceversa, tutti gli esemplari ritrovano, generalmente dopo pochi mesi, i loro istinti naturali, migrazione e timore dell'uomo compresi: negli uccelli, infatti, il comportamento è largamente predeterminato geneticamente e, purchè gli stimoli ambientali contribuiscano a stemperare gradualmente eventuali addomesticamenti, essi tornano presto ai loro comportamenti naturali.
SPECIE, SOTTOSPECIE: la specie comprende un gruppo di animali o piante simili fra loro, che si accoppiano spontaneamente, dando origine a prole feconda; la sottospecie comprende individui che, pur appartenendo alla stessa specie, presentano piccole differenze morfologiche, si accoppiano fra loro solo in circostanze insolite, ma danno anch'essi origine a prole feconda.

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A Sant'Alessio il primo laboratorio naturalistico all'aperto

Nel 1975 Gabriele Caccialanza, presidente della società pavese di Ornitologia e Preside della Facoltà di Farmacia dell'Università di Pavia, alla ricerca di un allora fantomatico nido del più piccolo airone europeo, il Tarabusino, capitò per la prima volta all'Oasi di Sant'Alessio. Egli intuì immediatamente le potenzialità del luogo e coniò la definizione di laboratorio naturalistico all'aperto.
Quali sono le tesi che si mettono alla prova in questo laboratorio? Innanzitutto viene completamente ribaltato l'approccio alla ricostruzione ambientale. A Sant'Alessio si è rinunciato a un progetto rigido, lasciando che fosse la natura a far da guida e limitandoci ad assecondarla.
In secondo luogo ci ha guidato la convinzione che ricostruzione ambientale e cattività, oltre all'utilità pratica facilmente intuibile, diano la possibilità di apprendere ciò che sul campo è spesso difficile osservare e, di solito, impossibile mettere alla prova. Siamo oggi a una sperimentazione avanzata delle nostre tesi e ci prepariamo ad affrontare un'altra sfida.
Proponiamo un nuovo modello di conservazione della natura, che definiremo umanistico e liberale, in luogo di quello attuale troppo aristocratico, paternalistico e rigido e quindi incapace di adeguarsi ai cambiamenti delle situazioni reali.
L'uomo è fonte di ogni progresso e sa (o dovrebbe sapere) che la natura è la sua casa, la sua storia, la sua vita. Se la natura viene sconvolta e sfruttata non sempre è per egoismo quanto per ignoranza. Tutti dovremmo sentire la necessità e il dovere di preservare la natura. Troppo spesso però ci arroghiamo il diritto di mettere in atto, a danno di chi ha a cuore come noi la sorte della vita selvaggia, astrusi divieti, regole che non hanno niente a che fare con la realtà biologica degli esseri viventi (uomo compreso) e imposizioni che altro non sono se non decisioni demagogiche, prese nell'interesse di chi le propugna o di una burocrazia sempre alla ricerca di espedienti testi ad autoalimentarsi.
Un recente sondaggio ha rivelato che almeno 20 milioni di italiani si dicono pronti a modificare i propri comportamenti per salvare la natura e proteggerla.
Un dato che non può essere ignorato: sarebbe doveroso informarli e ricordare loro, ad esempio, che a parità di spesa ogni giardino, ogni terrazzo possono essere trasformati in una piccola riserva naturale e che ogni animale tenuto correttamente anche in cattività può contribuire a un programma di conservazione.
Dobbiamo renderci conto che ognuno di noi, come consumatore, se correttamente informato, è in grado di piegare in poco tempo qualunque potere contrario alla gestione razionale della natura.


Harry Salamon

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COSI' E' NATA LA NOSTRA OASI

Nel 1994 su invito degli amici della LIPU decidemmo di rendere l'Oasi di Sant'Alessio visitabile. Scoprimmo presto, con qualche sorpresa, che gli animali selvaggi che popolavano il nostro ambiente tolleravano bene la presenza umana. Osammo, un passo alla volta, costruire camminamenti segreti che consentono ora al visitatore di penetrare nel cuore della garzaia (così si chiama in gergo la colonia nidificante o il gruppo di nidi degli aironi) o a pochi centimetri dal martin pescatore e dal picchio rosso o a pochi metri dai fenicotteri, dalle cicogne, dai mignattai.
Ricorremmo agli specchi dei confronti all'americana per portarci non visti nell'intimità della vita degli uccelli.
Restava in cattività la rilevante popolazione di riproduttori, necessari ai nostri programmi di reintroduzione. Cominciammo a creare voliere e altri spazi, dove la ricostruzione della natura non si limitasse, come nel cosiddetto bioparco, a uno statico diorama in cui una sia pur meticolosa ricostruzione ambientale fa soltanto da sfondo alla presenza degli animali.
Al contrario, ricostruimmo, almeno in parte, le catene alimentari, le relazioni fra specie che in natura convivono e interagiscono, l'azione delle specie spazzine e predatrici, una lotta naturale, quindi limitata alle cosiddette specie nocive.
In altre parole, abbiamo replicato, per quanto possibile, quella situazione di apparente e temporaneo equilibrio che la semplificazione divulgativa definisce "equilibrio ecologico".
Il risultato è stato soddisfacente non soltanto da un punto di vista didattico, ma ha dimostrato che, riportati a condizioni di vita finora ignorate in cattività, i nostri animali recuperano i comportamenti originali: per esempio la pesca in rastrello delle spatole, l'allevamento di una prole che, quando viene reimmessa in natura non presenta i limiti fisici e comportamentali che abitualmente ne rendono difficile la reintroduzione.
Solo come esempio: nel febbraio 1996 liberammo cinque mignattai. A marzo essi avevano già nidificato, per di più nel centro della garzaia, cioè nel luogo che gli aironi meglio difendono dai predatori. A maggio, da due nidi, si involavano sei giovani. Soggetti totalmente selvatici che, ad autunno arrivato, puntualmente migrarono: con le tecniche di reintroduzione tradizionali, un simile risultato richiede anni di attesa e la liberazione di qualche decina di esemplari.
Col passare del tempo scoprimmo che la ricostruzione ambientale dei processi naturali andava perfino oltre quanto avevamo programmato e sperato. Valga anche qui un esempio: nel 1998 il professor Riccardo Stradi dell'Università di Milano, il celebre studioso della pigmentazione degli uccelli, iniziò a lavorare su un pigmento (la guaranaxantina), appena scoperto nelle piume degli ibis scarlatti selvatici, in Sudamerica. Pigmento che non riesce a formarsi o che manca nei mangimi artificiali somministati, per cui tutte le popolazioni di questo trampoliere tenute in cattività ne sono prive, tranne che nella popolazione che si può ammirare in una grande voliera di Sant'Alessio dove l'alimentazione è almeno in parte naturale. E abbiamo iniziato ad osservare
fenomeni nuovi. Alleviamo le farfalle del genere Caligo in una serra popolata da alcune centinaia di specie diverse di piante tropicali. Ora, bisogna sapere che le Caligo sono, in Sudamerica, il flagello principale delle coltivazioni di banani, divorati dal loro bruco. Abbiamo scoperto che vi sono piante affini al banano, in particolare alcune Strelitzie ed alcune Eliconie, che le Caligo preferiscono di gran lunga per l'allevamento delle larve. Se questa osservazione sarà, come probabile, reiterata in natura, ne nascerà una possibilità più economica e meno inquinante di lotta contro la farfalla. Poche siepi di Strelitzie o Eliconie potrebbero attirare le deposizioni di Caligo che verrebbero quindi aggredite con irrorazioni più mirate e meno abbondanti di insetticidi. Merita ricordare che gli antiparassitari che vengono impiegati nella bananicoltura sono i principali responsabili, riversandosi in mare con le acque che provengono dalle coltivazioni, della perdita della barriera corallina sulle coste caraibiche del centro america.
Dalla ricostruzione ambientale controllata potrebbe quindi nascere un nuovo ruolo per i parchi naturalistici: banco di studio e di prova o terreno da esperimento di fenomeni naturali che in qualche caso potrebbero venire riapplicati alla natura selvaggia. Recuperando in fondo quel metodo sperimentale che fu concepito alla base della ricerca scientifica dal grande Galileo.
Per gli ambienti naturali popolati da animali selvatici spontanei o immessi da noi (cicogna, Cavaliere d'Italia, Mignattaio, picchio, gru europea e così via) abbiamo invertito il concetto di parco faunistico. E' stato realizzato un reticolo di strutture in cui è il visitatore, ingabbiato e nascosto, ad avvicinarsi e poter spiare la natura selvaggia.
Negli anni abbiamo messo a punto un giardino che unisce i paesaggi selvatici creati in America da Wolfgang Oehme e James van Sween, alla gabbia senza sbarre di Tony Saper aggiungendo a quest'ultima qualche marchingegno basato sulla conoscenza dei comportamenti animali.
Si tratta di un giardino che consente a chi ama la natura di entrare in contatto ravvicinato con alcuni dei suoi fenomeni più segreti, senza sottoporsi ad addestramenti particolari e ad estenuanti attese, e senza possedere attrezzature e conoscenze che sono prerogativa di pochi professionisti. Fra l'altro, senza infastidire popolazioni di animali selvatici.
Ma qual era la base su cui nel 1994 decidemmo di intervenire? Nel 1973 avevamo creato a Sant'Aessio un allevamento di uccelli che voleva contribuire a ripopolare i nostri territori di alcune delle sue specie più belle e più rare. Miravamo a creare la conoscenza e la tecnica di allevamento per occuparci, successivamente, di vere e proprie specie in pericolo di estinzione. Abbiamo ottenuto qualche buon risultato. I falchi pellegrini,nati nell'oasi, vengono reintrodotti a partire dal 1992; potrebbero aver dato origine alla minuscola popolazione oggi nidificante a Milano: l'esperienza americana infatti ci insegna che quasi tutti e quasi solo i falchi allevati in cattività scelgono come loro ambiente quello urbano.
Le cicogne bianche, allevate dal 1983 ma liberate fin da 1978 (abbiamo finora liberato 68 giovani nati in cattività e 48 si sono involati dai nidi dei soggetti rinselvatichiti che vivono nel villaggio di Sant'Alessio), hanno costituito la base della piccola ma fiorente popolazione che oggi risiede nella Lombardia meridionale e nel Piemonte sud orientale.
Oltre 250 cavalieri d'Italia hanno contribuito in qualche misura a rinforzare la non trascurabile popolazione lombarda di questo meraviglioso limicolo. Non meno di tre stormi di oche selvatiche, nate qui, hanno negli anni lasciato l'Oasi per andarsi a riprodurre in luoghi di loro scelta. Una piccola popolazione di Mignattai, i cui progenitori sono stati allevati nell'oasi, ci vive ora in piena libertà e nidifica ogni anno. Altre specie allevate ma non ancora giunte alla fase del rilascio, se non occasionale, sono l'avocetta, la spatola, il falco lanario. Anatre insolite come la moretta tabaccata, la pesciaiola il codone, la marzaiola e l'alzavola reintrodotte allo stato semibrado nell'oasi, contribuiscono ogni anno, con piccoli numeri, al ripopolamento di queste specie.
Piccole immissioni vengono sistematicamente effettuate con il prodotto dei nostri allevamenti: upupe, picchi, scoiattoli... Senza contare i soggetti che negli anni abbiamo donato alla LIPU e ad alcuni enti pubblici, per contribuire alla creazione di altri centri.
Non sono, forse, numeri impressionanti ma è opportuno osservare che si è quasi sempre trattato di esemplari già adattati alla vita selvaggia, le cui probabilità di sopravvivenza si possono confrontare con quelle degli esemplari selvatici, mentre, nelle tecniche tradizionali di rilascio, si considera che dal 70 al 90 per cento dei soggetti liberati vada perduto. Il risultato stupefacente ottenuto con le cicogne ne è la prova più bella: noi stessi basando i nostri calcoli sulla letteratura disponibile, avevano ritenuto nella nostra relazione alla Provincia di Pavia (1983) che per ottenere buoni risultati poi raggiunti sarebbe stato necessario liberare dici o più volte il numero di cicogne poi effettivamente reintrodotto.
L'altro aspetto, cui avevamo lavorato fin dal 1973, era stata la ricostruzione dell'ambiente dell'oasi. Essa era, in origine, un grande campo per l'agricoltura industriale, privo di alberi e di acque e solcato da una maleodorante fognatura a cielo aperto. Vi operammo per anni, scavammo stagni e ruscelli piantammo boschi creammo paludi e prati. Perdonateci un po' d'orgoglio ma il risultato è stato spettacolare. Migliaia di coppie di uccelli selvatici scelgono, ogni primavera, di nidificare nell'oasi.
Ancora oggi, tutti gli anni, una specie nuova, o più d'una, si aggiunge alla lista: anche se forse non sarà facile riprovare di nuovo l'emozione di assistere alla nostra prima nidificazione coloniale di aironi, nel 1992, con 130 nidi, oggi giunta a superare i 300 (e anche 500 negli anni umidi). In tarda primavera quando in meno di mezzo ettaro si possono ammirare forse duemila aironi, intenti alle loro faccende, la mente corre ai grandi spettacoli naturali delle paludi d'Africa.

Harry Salamon

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IL CASTELLO DI SANT'ALESSIO

Sant'Alessio nacque come fortezza. L'edificio originario consisteva in una vasta cinta di mura, tuttora esistente, alla quale forse si addossava poco altro che baraccamenti precari in legno e un camminamento di ronda su mensoloni, essi pure in legno, all'altezza dei merli. Al centro sorgeva l'alta e possente torre, priva al piano terreno, di qualsiasi entrata o finestra, ad eccezione del pertugio che si può ancora osservare al centro della volta, a sei metri da terra, dal quale ci si poteva calare con una scala a pioli e che probabilmente serviva per accedere al pozzo. L'ingresso era possibile direttamente dal primo piano, attraverso un portale tuttora visibile a lato di quello attuale. Da questa apertura sporgeva una piattaforma in legno, di cui ancora si scorgono gli incastri nel muro. Da qui una scala a pioli poteva essere rapidamente calata e ritirata.
Se la fortezza fosse caduta in mano al nemico, i difensori potevano ancora rinchiudersi nella torre. Qui potevano resistere a lungo agli assedianti per i quali era invece difficile vettovagliarsi in un territorio ostile. I pozzi del castello potevano essere avvelenati dai difensori, che già da tempo avevano provveduto a raccogliere o distruggere le messi circostanti. Ecco quindi spiegata la posizione della torre al centro della corte.
I testi di storia dell'architettura attribuiscono alle torri più antiche - e in particolare a questa di Sant'Alessio - funzioni principali di avvistamento. Tuttavia, sarebbe stato assurdo, in un'epoca certamente non dedita agli sprechi, erigere una simile possente struttura, quando per funzioni di avvistamento ne sarebbe bastata una molto più agile, magari lignea. Inoltre, non bisogna dimenticare che l'Europa del Medioevo era coperta di boschi e che i campi, allora di poche migliaia di metri quadrati, erano circondati da siepi e alberi. In tali condizioni, una torre come quella di Sant'Alessio, poteva consentire avvistamenti inferiori a quelli effettuabili dai merli della cinta difensiva.
La torre di Sant'Alessio aveva (ed ha ancora) quattro piani fuori terra di oltre sessanta metri quadri ciascuno e poteva ospitare molte decine di persone per un discreto periodo. I piani intermedi presentano tuttora le antiche pavimentazioni in cocciopesto (malto di calce e coppi tritati), e i solai sono ancora quelli originali, con le mensole scolpite a motivi romanici.
L'ultimo piano denuncia una sistemazione signorile. Il pavimento era in medoni di cotto. Il soffitto a cassettoni, ora quasi completamente scomparso, era elegantemente scolpito. Le dodici magnifiche finestre potevano superbamente aprirsi, quasi fuori tiro da ogni arma dell'epoca, sulla campagna circostante.
Carlo Perogalli, il noto studioso di architettura militare medioevale, ha identificato in Europa (com. pers., 1973) almeno quattro altre fortezze identiche a Sant'Alessio: una in Estremadura, una ad Aquisgrana, una a Cologna Veneta e l'ultima vicino a Bologna.
La presenza di queste strutture "sorelle", in un'epoca di così scarsi contatti e di tale individualismo regionale, suggerisce che soltanto all'interno di un esercito potesse esserci un'amministrazione centrale così organizzata e determinata da voler e poter fornire alle guarnigioni periferiche un modello omogeneo da eseguire senza lasciar spazio alla fantasia.
Un altro elemento d'interesse è l'impressionante accuratezza dei particolari costruttivi. Il perimetro esterno non si posa, come potrebbe apparire logico, su fondazioni in trincea, ma su formidabili pilastri di oltre un metro di lato, distanti fra loro tre metri e collegati da archi a sesto ribassato. E ciò per sostenere un muro spesso appena quaranta centimetri e alto meno di sei metri. Occorre qui ricordare, che fino all'avvento delle bocche da cannone, nel '400, i muri del castello non avevano motivo di essere massicci. La torre poi è talmente ben conservata che anziché mille anni, potrebbe averne qualche decina.

Sembra di trovarsi di fronte a un manufatto realizzato in base a un capitolato di costruzione degno dell'amministrazione dell'antica Roma e non all'anarchia, e ai mezzi risicati, di un Comune medioevale o di un piccolissimo feudatario. Non è da escludersi dunque che la fortezza sia opera dell'amministrazione militare del Sacro Romano Impero, in un periodo in cui ancora il suo potere si estendeva dalla Spagna, alle Fiandre, all'Italia. La datazione più corretta di Sant'Alessio sarebbe in tal caso il X secolo, proposta da Mario Merlo nella pubblicazione "Castelli, rocche, caseforti della provincia di Pavia". Altri autori, fra cui lo stesso Perogalli, più prudenzialmente fa risalire Sant'Alessio al XII secolo.
Sono in progetto, comunque, prelievi di campioni di laterizio, che verranno sottoposti presso l'Università di Milano, all'esame quantitativo della termoluminescenza, per determinare definitivamente l'epoca di costruzione del castello.
Alla fine dell'epoca comunale, Sant'Alessio apparteneva alla famiglia pavese, ora estinta, dei Canepanova, dai quali, per usurpazione, passava ai Beccaria. Questa famiglia prolifica, potente e turbolenta, traeva allora la principale fonte di ricchezza dai pedaggi che imponeva ai viandanti e ai mercanti che transitavano, sulla via del mare, attraverso i suoi feudi collinari dell'Oltrepò. I Beccaria si trasferirono a Sant'Alessio, allo scopo di avvicinarsi alla corte viscontea, che risiedeva spesso nel castello di Pavia o nella reggia estiva del castello di Settimo. Questo era situato al vertice settentrionale della tenuta di caccia che da Pavia giungeva fino alla Certosa e che fu, per secoli, una delle meraviglie d'Europa.
Pur mantenendo il nome Sant'Alessio, la dimora fu trasformata dai Beccaria dalla corrusca fortezza che era stata, in villa di caccia. Probabilmente la famiglia non poteva sfidare i potenti Granduchi di Milano con opere di fortificazione proprio davanti alla loro porta di casa. I merli vennero quindi accecati: Sant'Alessio è uno dei rari castelli lombardi ad aver mantenuto il merlo di tipo quadrato, di origine romanica, e a non aver mai adottato quello a coda di rondine, detto ghibellino (ghibellino è una costruzione del cognome Weiblingen, la casata originaria degli imperatori Hohenstaufen, e denota la scelta imperiale, contrapposta a quella, detta guelfa, in favore della casata Welfen, che parteggiavano per il predominio della Chiesa). Le pareti delle parti residenziali, vennero tutte affrescate, in parte in stile gotico internazionale, e in parte in gusto rinascimentale, sempre con motivi riferiti agli stemmi e alle vicende della famiglia Beccaria. E' interessante notare che tutte queste imprese decorative siano databili entro il secolo xv. Il castello di Sant'Alessio venne bombardato e subì gravi danni nel 1525, durante la battaglia di Pavia. Perse, per un incendio, la piccola torre d'ingresso, documentata dai resti di muratura romanica, ancora presenti nei muri interni e da una veduta ad affresco, della metà del Cinquecento, visibile nella Galleria delle carte geografiche, al Vaticano. La piccola torre fronteggiava l'attuale chiesa parrocchiale ed immetteva nella fortezza tramite un percorso ad angolo retto, mirante ad impedire l'uso dell'ariete per abbattere il portone principale (i ponti levatoi furono introdotti nel XII secolo, quando Sant'Alessio viene definito, in un documento conservato negli archivi pavesi, "antiquissimum castrum", M. Merlo, op.cit.).
Durante i recenti lavori di restauro non sono state trovate tracce di interventi cinquecenteschi: il castello dovette venire abbandonato a usi marginali, fino alla metà del Seicento. Il 1651 e il 1662 sono due date che si leggono rispettivamente sotto il ponte della torre e sugli affreschi del salone posto a piano terra del torrione, e che sono i soli documenti noti che consentano di datare una importante ristrutturazione. La torre distrutta fu sostituita con un tratto di edificio abitativo e, attraverso il fossato, venne lanciato un ponte ad arco, tuttora in uso.
Il primo piano della torre fu collegato al castello dal magnifico ponte in muratura che si può ammirare nella corte. Il grande vano del piano terreno della torre fu trasformato in salone, aprendo tre grandi finestre e una porta e decorando le volte con affreschi che illustrano il percorso dei pellegrini in viaggio verso Roma. Nel castello vero e proprio, stranamente, quasi tutte le finestre antiche vennero rimaneggiate e spostate, talvolta anche di poco.
Il grande salone dell'ala nordovest, ora sala della musica, venne diviso in tre (ma nei recenti restauri si è ripristinata la forma originaria) e dotato di un bel camino in cotto, purtroppo asportato negli anni Sessanta da uno degli ultimi proprietari, prima della vendita. Una scala in pietra venne edificata a spese del bellissimo scantinato di epoca altomedievale (che presto verrà adibito a sala proiezioni per ExploraNatura), per accedere, dall'angolo ovest, al primo piano e alla sala della musica. I piani superiori della torre vennero dotati di comode scale in muratura, in sostituzione di quelle originali in legno. Questa modifica potrebbe suggerire che sia iniziata in questo periodo la trasformazione della torre in granaio, uso cui essa fu poi adibita fino ai recenti anni Sessanta. Un salone dell'ala sudovest fu in parte sacrificato per realizzare un androne, un portone e un relativo ponte, verso la campagna, quello che ora conduce dal castello all'Oasi.
Poi, lentamente, l'oblio e la decadenza. Il sud di Milano, nel Settecento, non era popolare come la Brianza, o forse Sant'Alessio era troppo piccolo per le esigenze di una grande famiglia dell'Ancien Régime.
Nell'Ottocento il castello viene tutto ridotto a granaio, scuola, uffici comunali; perfino, nell'ala sudovest, ad ovile. Durante la seconda guerra mondiale, l'occupante tedesco terrà i muli nel Salone d'onore (angolo sud). Poi nemmeno quello. Negli anni Quaranta la proprietà chiede una licenza di demolizione e la ottiene, a dispetto del vincolo di notifica che definiva il castello di Sant'Alessio Monumento Nazionale, fin dal 1911. Per fortuna anche demolire è dispendioso e la sentenza capitale non fu eseguita. Dal 1973 è in progressivo restauro. Nessun contributo pubblico è stato mai chiesto od offerto per i lavori eseguiti e per la manutenzione. L'importanza del Castello di Sant'Alessio risiede nel suo testimoniare una forma molto primitiva di castello di pianura e, soprattutto, nell'aver mantenuto quasi integralmente la volumetria originale rispetto alla quale, dall'esterno, la sola differenza consiste nell'accecamento dei merli e nell'innalzamento della parete perimetrale di meno trenta centimetri, oltre che nell'aggiunta dei tetti.

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